Novembre 2014

Oggetto: Quesito in materia di trasferimento della posizione verso una forma pensionistica non adeguata al d.lgs. n. 252 del 2005

(lettera inviata a una società istitutrice di fondi pensione aperti e piani individuali pensionistici)

Si fa riferimento alla richiesta di parere del …, con la quale codesta Società ha posto un quesito in tema di trasferimento della posizione da un fondo pensione aperto a un piano pensionistico individuale non conforme alle norme del d.lgs. n. 252 del 2005 e, quindi, regolato dal precedente d.lgs. n. 124 del 1993.

In particolare codesta Società chiede se l’art. 14, comma 6, del d.lgs. n. 252 del 2005, nel prevedere genericamente la facoltà di trasferire l’intera posizione individuale maturata verso un’altra forma pensionistica, consenta anche di attuare il trasferimento verso piani pensionistici non disciplinati dal d.lgs. n. 252 del 2005.

Nella richiesta di parere sono al riguardo manifestate alcune perplessità, osservando che, ancorché il succitato art. 14, comma 6, rechi un’unica disciplina dei trasferimenti volontari relativa a tutte le forme pensionistiche, qualora il trasferimento della specie venisse attuato, ciò comporterebbe indirettamente il conferimento del TFR maturato da gennaio 2007 a una forma pensionistica non adeguata alla normativa vigente.

Il Fondo chiede, nello specifico, di conoscere se sia ammissibile il trasferimento della posizione verso un prodotto non adeguato da parte di un soggetto che non abbia destinato il TFR alla forma pensionistica, ovvero se sia possibile detto trasferimento a prescindere dal tipo di contribuzione versata.

Ciò premesso si richiama al riguardo il quadro normativo di riferimento.

L’art. 23, comma 1, del d.lgs. n. 252 del 2005 dispone che “i contratti di assicurazione di carattere previdenziale stipulati fino alla data del 31 dicembre 2006 continuano ad essere disciplinati dalle disposizioni vigenti alla data di pubblicazione del presente decreto legislativo”.

In base poi al comma 3 dello stesso art. 23, l’adeguamento al d.lgs. n. 252 del 2005 è condizione per ricevere nuove adesioni, anche con riferimento al finanziamento tramite conferimento del TFR; il medesimo comma 3, alla lettera b), con riferimento specifico ai piani individuali pensionistici già in essere al 31 dicembre 2006, prevede ulteriori adempimenti a carico delle compagnie assicurative, quali la costituzione di un patrimonio separato e autonomo e la predisposizione del regolamento redatto in base alle direttive impartite dalla COVIP e dalla stessa approvato.

Infine si fa presente che, secondo il successivo comma 4 dell’art. 23, a decorrere dal 1° gennaio 2007, la raccolta delle adesioni, anche con riferimento al finanziamento tramite conferimento del TFR, è possibile solamente per le forme pensionistiche complementari che si sono adeguate alle norme del d.lgs. n. 252 del 2005, dandone comunicazione alla COVIP secondo le istruzioni impartite dalla stessa.

Dal combinato disposto delle norme sopra riportate emerge che i contratti di assicurazione con finalità previdenziale stipulati entro il 31 dicembre 2006 possono continuare a essere regolati sulla base delle previgenti disposizioni, ma non possono dopo tale data ricevere nuove adesioni, e i relativi versamenti contributivi e di TFR, se non previo adeguamento alle norme del d.lgs. n. 252 del 2005 e alla messa in atto degli altri adempimenti prescritti dall’art. 23, comma 3, del d.lgs. n. 252 del 2005.

Quanto sopra è stato confermato anche dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali nelle Direttive di vigilanza del 28 aprile 2006 indirizzate alla COVIP e ribadito dalla stessa Commissione nelle Direttive generali del 28 giugno 2006 dirette alle forme pensionistiche e ulteriormente ribadito nella Deliberazione COVIP del 30 novembre 2006 disciplinante le procedure relative agli adeguamenti al d.lgs. n. 252 del 2005.

Si ha altresì presente che le citate Direttive del Ministero del lavoro e delle politiche sociali prevedono la facoltà degli aderenti alle polizze previdenziali non adeguate al d.lgs. n. 252 del 2005 di trasferire la propria posizione in forme di previdenza complementare realizzate secondo la nuova normativa, mentre non viene fatta alcuna menzione del caso inverso prospettato nella richiesta di parere.

Sotto un altro punto di vista si osserva che la portabilità ipotizzata non appare neanche riconducibile al principio della legge delega n. 243 del 2004, relativo all’ “eliminazione degli ostacoli che si frappongono alla libera adesione e circolazione dei lavoratori all’interno del sistema della previdenza complementare”, attuato poi con la norma che disciplina il trasferimento della posizione contenuta nel già citato art. 14, comma 6, del d.lgs. n. 252 del 2005.

Il legislatore della riforma ha infatti inteso favorire, tramite l’istituto del trasferimento della posizione, la libera circolazione delle posizioni individuali all’interno del sistema di previdenza complementare delineato dal d.lgs. n. 252 del 2005, consentendo agli iscritti di scegliere liberamente la forma pensionistica di destinazione, a prescindere dalla natura dell’adesione, collettiva o individuale, o della tipologia di forma, ma non al di fuori dello stesso nuovo sistema.

Considerato che il trasferimento presuppone l’attivazione di una nuova adesione alla forma cui si intende trasferire la posizione individuale, si ritiene che quanto richiesto non sia in generale realizzabile, giacché contrario alle norme che vietano l’attivazione di nuove adesioni a forme pensionistiche non adeguate.

Il Presidente

Luglio 2013

Oggetto: Quesito sulle modalità di computo del numero massimo di mandati dei componenti l’organo di amministrazione del Fondo

(lettera inviata ad un fondo pensione negoziale)

Con nota del …, qui pervenuta il …, codesto Fondo ha sottoposto all’attenzione della Commissione un quesito interpretativo riguardante le modalità di computo del numero massimo di mandati svolti dai componenti gli organi di amministrazione e di controllo delle forme pensionistiche complementari.

In particolare, si chiede di conoscere l’orientamento di questa Commissione in merito al computo del primo mandato svolto dal consiglio di amministrazione nominato in sede di atto costitutivo nel numero complessivo di tre mandati fissato dall’art …., comma …, dello statuto del Fondo, coerentemente con lo Schema di statuto adottato da questa Commissione il 31 ottobre 2006.

Sul tema, la Commissione ha avuto modo di pronunciarsi in due occasioni; la prima, nella risposta a quesiti interpretativi circa la nuova disciplina recata dal decreto legislativo n.252/2005, che la Covip ha fornito nel gennaio 2007 e, successivamente, negli Orientamenti adottati il 18 ottobre 2012, riguardanti le modalità di computo del numero massimo di mandati svolti dai componenti degli organi di amministrazione e di controllo delle forme pensionistiche complementari.

In particolare, con la risposta a quesito del 2007, la Commissione, nell’affermare che ai fini del computo del numero complessivo di tre mandati, previsto dall’art.18, comma 8, dello Schema di statuto, non va conteggiato il primo incarico svolto come componente dell’organo di amministrazione non eletto, ha dato tra l’altro rilievo alla circostanza che, generalmente, si tratta di un mandato di durata ridotta, di norma inferiore all’anno.

Successivamente, con gli Orientamenti del 18 ottobre 2012, la Commissione è tornata sul computo dei mandati per chiarire, in termini più generali, che in caso di mandati svolti solo parzialmente, e salvo diversa scelta delle forme pensionistiche che risulti assunta a livello statutario, vanno computati nel numero massimo di mandati quelli che hanno una durata almeno pari a 12 mesi.

Entrambi i pronunciamenti seguono pertanto una stessa linea interpretativa che porta ad escludere dal computo del numero massimo di mandati consecutivamente esercitabili dai componenti degli organi di amministrazione quelli che hanno avuto una durata limitata nel tempo, comunque inferiore a 12 mesi.

Si ritiene dunque che il mandato conferito ai componenti dell’organo di amministrazione in sede di atto costitutivo possa non rientrare nel computo dei tre mandati di cui sopra solo nell’ipotesi in cui lo stesso risulti di durata limitata e comunque non superiore ai 12 mesi.

Nel caso di specie l’organo di amministrazione del Fondo nominato in sede di atto costitutivo ha svolto il proprio mandato, secondo quanto emerge dalla citata comunicazione, per un periodo rilevante, superiore anche al triennio (dal … al …). Pertanto, coerentemente con le indicazioni fornite dalla Commissione nei citati pareri si ritiene che il suddetto mandato vada incluso fra quelli utili ai fini del computo del numero massimo dei mandati, ex art …., comma …, dello statuto del Fondo.

Il Presidente f.f.

Febbraio 2011

Previdenza complementare – Applicazione dell’art. 12 dell’Allegato VIII dello Statuto dei funzionari delle Comunità Europee

(lettera inviata ad una società istitutrice di un fondo pensione aperto)

Si fa riferimento al Vs. quesito del ……… con il quale, in qualità di società istitutrice di un fondo pensione aperto, avete chiesto chiarimenti in merito alle modalità da seguire al fine di poter accogliere le richieste formulate da alcuni ex agenti delle Comunità Europee che, rientrando in Italia al termine della loro esperienza professionale presso gli organismi comunitari, intendono trasferire ad un fondo pensione italiano quanto maturato presso il regime pensionistico delle Comunità.

Per quanto concerne la tutela pensionistica, i funzionari comunitari sono iscritti ad uno speciale regime previdenziale, costituito nel quadro dell’organizzazione comunitaria, con finanziamento e configurazione completamente autonomi rispetto ai singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri.

In particolare, l’articolo 12 dell’allegato VIII dello Statuto dei funzionari della Comunità Europee (Regolamento n. 259 del 1968, come modificato con successivo Regolamento n.723/2004 del Consiglio del 22 marzo 2004), stabilisce che i funzionari che lasciano l’istituzione comunitaria senza poter beneficiare di una pensione di anzianità, immediata o differita, possono trasferire quanto accumulato nel regime pensionistico delle Comunità presso un’assicurazione privata o un fondo pensione nazionale di loro scelta che garantisca (da intendersi limitatamente a dette somme trasferite):

  1. che non sia rimborsato il capitale;
  2. che non si provveda al versamento di una rendita mensile prima del sessantesimo anno di età e al più tardi a partire dal sessantacinquesimo;
  3. che siano previste prestazioni in materia di reversibilità;
  4. che un ulteriore trasferimento ad altro fondo sia autorizzato solo alle medesime condizioni di cui ai punti precedenti.

Al riguardo, codesta società ha rilevato che la normativa italiana in materia di fondi pensione e, di conseguenza, il Regolamento del proprio fondo pensione aperto, non risulta essere allineato alle caratteristiche previste dalla normativa comunitaria e pertanto, sono stati chiesti chiarimenti sulla procedura da seguire per soddisfare le richieste degli ex agenti delle Comunità Europee che intendono salvaguardare la continuità della loro posizione previdenziale.

Considerate le previsioni contenute nel d.lgs. n. 252 del 2005, si concorda nel ritenere che vi sarebbe un contrasto tra il Regolamento comunitario che disciplina il trasferimento della posizione previdenziale alle quattro condizioni in precedenza accennate e la normativa interna che disciplina i fondi pensione in Italia.

La prima condizione che lo Statuto dei funzionari richiede è che le forme pensionistiche complementari interne agli Stati membri non diano corso a rimborsi del capitale. Il sistema della previdenza complementare in Italia consente, invece, in alcuni casi l’erogazione di capitali. In primo luogo, si ricorda l’art. 11, comma 3, d.lgs. n. 252 del 2005 che ammette l’erogazione della prestazione pensionistica sotto forma di capitale fino ad un massimo del 50 per cento del montante finale ovvero, a determinate condizioni, l’erogazione integrale in capitale. Rientra in tale ambito anche l’art. 23, comma 7, che consente ai c.d. vecchi iscritti a previdenza complementare di chiedere la liquidazione dell’intera prestazione in capitale. Vi è, poi, l’art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005 che prevede la possibilità di ottenere il riscatto parziale o totale della posizione individuale nei casi espressamente individuati. Altra previsione è quella di cui all’art. 11, comma 7, d.lgs. n. 252 del 2005 che consente la fruizione di anticipazioni nei casi e entro i limiti ivi previsti. Vi è inoltre l’art. 14, comma 2, d. lgs. n. 252 del 2005 che stabilisce, in caso di morte dell’aderente che non abbia maturato i requisiti per accedere alla prestazione previdenziale, la possibilità di riscatto da parte dei beneficiari designati o dagli eredi.

La seconda condizione, relativa all’erogazione della prestazione previdenziale non prima dei 60 anni e non dopo i 65 di età, potrebbe, poi, contrastare con l’art. 11, comma 2, d.lgs. n. 252 del 2005 che espressamente subordina l’acquisizione del diritto alla prestazione pensionistica complementare al momento di maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza, con almeno 5 anni di partecipazione alla previdenza complementare. Un contrasto emerge anche con la previsione di cui all’art.11, comma 4, d.lgs. n. 252 del 2005, che consente l’erogazione delle prestazioni pensionistiche con un anticipo di cinque anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi.

Il ns. ordinamento non risulta del tutto compatibile neppure con la terza condizione, attinente alla previsione di prestazioni in materia di reversibilità. Non è in linea con tale previsione l’art. 14, comma 2, d. lgs. n. 252 del 2005 sopra richiamato, considerato che il Regolamento comunitario prevede l’erogazione di una pensione di reversibilità e che tale previsione sembra riguardare anche il caso di decesso dell’aderente prima della maturazione dei requisiti per la pensione. E’ inoltre da considerare che nel Regolamento (art. 79 e Capitolo 4 dell’Allegato VIII) la pensione di reversibilità è, in primo luogo, intesa come la pensione spettante al coniuge del funzionario; in presenza di un coniuge, dunque, non dovrebbero essere ammesse opzioni di riversibilità a favore di soggetti diversi (ipotesi invece ammessa nel ns. sistema).

Considerando, in ultimo, la quarta condizione prevista dallo Statuto dei funzionari della CE risulta evidente che i limiti al trasferimento successivo presso altre forme previdenziali che non presentano le condizioni richieste dall’art. 12, Allegato VIII dello Statuto dei funzionari collidono con la libertà di trasferimento riconosciuta dall’art. 14 del d.lgs. n. 252 del 2005.

Per quanto qui rileva si pone, pertanto, la questione della diretta applicabilità dello Statuto dei funzionari della Comunità Europea in deroga alle previsioni del d.lgs. n. 252 del 2005.

Giova a tale proposito tenere presente che lo Statuto dei funzionari della CE è stato adottato con Regolamento del Consiglio. Come previsto dall’art. 2 del Regolamento n. 723/2004, detto Regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. E’ inoltre da considerare che l’art.12 del  Regolamento non sembra richiedere l’emanazione di disposizioni nazionali di esecuzione. Ciò è stato anche precisato dagli Uffici della Commissione Europea nell’informativa pubblicata nella G.U.C.E. del 2 ottobre 2008.

Nella gerarchia delle fonti i Regolamenti comunitari sono norme c.d. self-executing e, cioè, direttamente applicabili in ciascuno degli Stati membri. La diretta applicabilità sta ad indicare che il Regolamento acquista efficacia in ciascuno Stato aderente senza che sia necessario, ove non diversamente previsto, un atto di ricezione o di adattamento da parte dei singoli ordinamenti statali. Ne deriva che i Regolamenti comunitari entrano direttamente nell’ordinamento nazionale ed i provvedimenti legislativi in contrasto con gli stessi non possono essere applicati dagli Stati membri tenuti al rispetto del Regolamento comunitario in base agli impegni assunti dal Trattato istitutivo della Comunità Europea.

Considerato quanto sopra, si condivide la soluzione prospettata da codesta società consistente nell’apertura di posizioni previdenziali specifiche a favore degli ex agenti delle Comunità europee, con un vincolo che garantisca il rispetto delle condizioni richieste dalla normativa comunitaria, in deroga a quanto previsto dalla sopra citata normativa italiana e dalle norme regolamentari del fondo.

Ai fini della puntuale definizione delle specifiche deroghe regolamentari, da prevedersi nei casi in parola, si prega di prendere contatto con la Direzione Vigilanza competente.

Il Presidente



Aprile 2009

Oggetto: Quesito in materia di trasferimento della posizione individuale

(lettera inviata ad un fondo pensione negoziale )

Si fa riferimento alla nota del … con la quale codesto Fondo ha chiesto un parere in merito alla disciplina del trasferimento della posizione individuale contenuta nell’art. 14, comma 6, del d.lgs. n. 252/2005.

In particolare, con detta nota, è stato fatto presente che alcuni dipendenti della Società …, con sede a … e …., iscritti al Fondo pensione …, a seguito della maturazione del periodo biennale di permanenza, hanno chiesto il trasferimento della posizione al Fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti della Regione ….

In merito alla legittimità della richiesta di trasferimento, codesto Fondo manifesta alcune perplessità, ritenendo che la disciplina sulla portabilità della posizione prevista dal citato art. 14, comma 6, riguardi unicamente i trasferimenti da un fondo pensione negoziale ad un fondo pensione aperto o ad un PIP e viceversa, non contemplando, invece, la possibilità di spostare la posizione da un fondo pensione negoziale ad altro fondo pensione negoziale.

In sostanza, secondo quanto prospettato nella richiesta di parere, gli aderenti, pur avendo potuto scegliere, in sede di adesione, tra il Fondo … e il Fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti della Regione …, una volta aderito ad uno dei due fondi sarebbero vincolati a permanere presso lo stesso, ferma restando la possibilità di trasferire la posizione ad un fondo aperto o ad un PIP.

Viene, inoltre, sollevato un ulteriore aspetto di problematicità. Ad avviso di codesto Fondo, infatti, risulterebbe preclusa la portabilità del contributo datoriale verso il Fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti della Regione …, in considerazione del fatto che il CCNL istitutivo del Fondo … non contiene disposizioni in proposito.

Con riguardo al primo profilo, si osserva che l’art. 14, comma 6, prevede che decorsi due anni di partecipazione alla forma “l’aderente ha facoltà di trasferire l’intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica.”.

La disposizione appare, nella sua ampia formulazione, molto chiara nell’accordare agli aderenti la facoltà di scegliere liberamente la forma pensionistica di destinazione tra tutte quelle alle quali abbiano titolo di accedere, a prescindere dalla natura dell’adesione, collettiva o individuale, o della tipologia di forma. Non sembra possa dubitarsi, infatti, che come il lavoratore in fase di adesione può scegliere la forma pensionistica cui aderire, analogamente può esercitare la medesima scelta anche in una fase successiva, optando per il trasferimento della posizione ad altra forma.

La diversa impostazione prospettata nella richiesta di parere, oltre a non essere coerente con l’ampia previsione di cui al citato art. 14, comma 6, non trova rispondenza neanche nelle previgenti disposizioni in materia di trasferimento della posizione.

Il d.lgs. n.124/1993, infatti, all’art. 10 disciplinava il trasferimento volontario della posizione con due distinte disposizioni riconducibili l’una, alle forme a carattere collettivo e l’altra alle forme pensionistiche individuali. Con riferimento alle prime, il comma 3-bis disponeva che le fonti istitutive dovessero prevedere la facoltà di trasferimento della posizione individuale dell’iscritto presso altro fondo pensione negoziale o aperto o presso forme pensionistiche individuali, decorso un periodo minimo di permanenza di cinque anni, limitatamente ai primi cinque anni di vita del fondo, e a regime, di tre anni.

Per le forme pensionistiche individuali il comma 3-quinquies prescriveva che i relativi regolamenti o contratti dovessero contemplare la facoltà di trasferimento verso fondi negoziali, fondi aperti e verso altre forme pensionistiche individuali, non prima del decorso di tre anni dall’adesione o dalla conclusione del contratto.

Il d.lgs. n.124/1993 prevedeva, dunque, espressamente la possibilità di trasferire la posizione a forme pensionistiche della medesima tipologia di quella di appartenenza, sia nel caso di adesioni collettive che individuali.

L’art. 14, comma 6, del d.lgs. n. 252/2005, invece, reca un’unica disciplina dei trasferimenti volontari relativa a tutte le forme pensionistiche, prevedendo genericamente che la posizione individuale possa essere trasferita “ad altra forma pensionistica complementare” e uniformando per tutte le forme il periodo minimo di permanenza (riducendolo a due anni).

Alla luce di quanto sopra rilevato, si ritiene che il legislatore della riforma non abbia inteso dettare una disciplina più restrittiva del trasferimento della posizione rispetto al sistema previgente; ciò, soprattutto, se si considera il principio di delega contenuto nella legge n. 243/2004 relativo alla “eliminazione degli ostacoli che si frappongono alla libera adesione e circolazione dei lavoratori all’interno del sistema della previdenza complementare.”.

L’interpretazione prospettata da codesto Fondo, oltre che contraria alla lettera della norma, si porrebbe, infatti, in contrasto anche con i criteri ispiratori della riforma, tesi a valorizzare la facoltà di scelta della forma cui accedere sia in fase di adesione che di trasferimento.

Si ritiene, quindi, che l’art. 14, comma 6 del decreto n.252/2005 consenta il trasferimento volontario della posizione verso una qualsiasi forma pensionistica complementare, individuale o collettiva, alla quale l’aderente possa aderire, a prescindere dalla natura della forma di provenienza e di quella di destinazione.

Quanto alla seconda questione prospettata, relativa alla portabilità del contributo datoriale, si ha presente che il medesimo art. 14, comma 6, prevede che, in caso di esercizio della facoltà di trasferimento, il lavoratore ha diritto al versamento del contributo del datore di lavoro alla nuova forma prescelta “nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi anche aziendali”.

Sul punto codesto Fondo esprime il convincimento che il lavoratore che trasferisce la posizione dallo stesso Fondo … al Fondo pensione complementare per i lavoratori dipendenti della Regione … non abbia diritto al contributo datoriale in quanto il CCNL istituivo di … nulla prevede in merito.

Anche su tale questione, l’impostazione prospettata non appare condivisibile in quanto il diritto di beneficiare del contributo datoriale da parte del lavoratore che trasferisce la posizione al Fondo regionale trova, in realtà, fondamento nelle previsioni contenute nell’accordo collettivo istitutivo dello stesso Fondo regionale …, a prescindere dalla previsioni contenute nel contratto nazionale di categoria del Fondo ….

D’altra parte, il sistema delle fonti istitutive delle forme pensionistiche complementari, delineato dall’art. 3 del d.lgs. n.252/2005 (e ancor prima dall’art. 3 del d.lgs.124/1993) rende possibile la compresenza, in materia di previdenza complementare, di fonti istitutive di diverso livello, dirette alla medesima categoria o raggruppamento di lavoratori.

La previsione, in tale norma, di un’ampia articolazione delle possibili aree di aggregazione lascia, pertanto, notevole facoltà di scelta ai promotori nell’individuazione dei criteri di formazione dei gruppi a cui riferire i fondi. Per quanto concerne la fonte costituita da contratti e accordi collettivi, non è, dunque, dato rinvenire nella normativa di riferimento, per il settore privato, limitazioni di sorta in ordine ai livelli della contrattazione collettiva, né alla rappresentatività dei sindacati stipulanti.

Quanto sopra ha già formato oggetto di ampie precisazioni negli Orientamenti COVIP del 12 novembre 2003 (“Coordinamento di forme pensionistiche complementari collettive aventi ambiti di destinatari parzialmente o totalmente sovrapposti”). Come chiarito in detto documento, la sussistenza di una pluralità di forme pensionistiche di carattere collettivo con aree di destinatari parzialmente coincidenti si traduce, in sostanza, in una pluralità di offerte che vengono prospettate al lavoratore, il quale, nell’ambito del principio della libertà di adesione, ha facoltà di esercitare l’opzione di scelta tra i diversi fondi ad ambito definito, tutti riferiti al rapporto di lavoro di cui è parte.

Pertanto, nel caso di specie, i lavoratori che hanno titolo, in base alle fonti istitutive del Fondo … e del Fondo regionale …, di aderire sia all’uno sia all’altro, sono liberi di scegliere a quale Fondo accedere, o successivamente trasferire la propria posizione individuale.

Quanto, poi, alla contribuzione, i predetti lavoratori avranno diritto al contributo datoriale nella misura e alle condizioni previste dalle rispettive fonti istitutive. Nel caso di adesione al Fondo regionale …, il lavoratore può pertanto continuare a ricevere la contribuzione datoriale in forza dell’impegno assunto dallo stesso datore di lavoro in base alle previsioni dei relativi accordi.

Il Presidente

Novembre 2003

Oggetto: Decorrenza del termine quinquennale – facoltà di trasferimento presso altro fondo (art. 10, comma 3-bis del d.lgs.124/93)

(lettera inviata ad un fondo pensione negoziale )

Si fa riferimento alla nota pervenuta il …, con la quale codesto Fondo ha sottoposto all’attenzione della Commissione un quesito in ordine al tema dell’interpretazione del comma 3-bis dell’art. 10 del d.lgs.124/93.

In particolare, si chiede un parere sul tema della individuazione del momento dal quale far decorrere il computo dei “primi cinque anni di vita del fondo pensione”, ai fini della determinazione del periodo di permanenza presso il fondo necessario affinché il singolo iscritto possa eventualmente avvalersi della facoltà di trasferire la propria posizione previdenziale presso altro fondo pensione.

Sul punto si reputa che l’espressione utilizzata dal legislatore, piuttosto che essere collegata al momento della formale costituzione dell’associazione – fondo pensione (atto costitutivo), debba essere più opportunamente ricondotta al momento in cui il fondo è posto nella concreta possibilità di operare (e di acquisire quindi le adesioni dei destinatari) avendo ricevuta la prescritta autorizzazione all’esercizio.

Ciò tanto più in quanto la fattispecie in esame comporta la decorrenza di un termine che acquista significato in specifico rapporto al concreto avvio di un programma pensionistico complementare, con la possibilità, per i destinatari dell’iniziativa, di cominciare a costruire la propria posizione individuale.

Per quanto sopra, si reputa che l’atto dal quale far decorrere il computo del quinquennio di cui al comma in esame debba individuarsi nell’autorizzazione all’esercizio dell’attività, quale momento cui consegue la possibilità di procedere alla raccolta delle adesioni e dei contributi, estrinsecazione della concreta operatività dell’iniziativa previdenziale.

Il Presidente

Gennaio 2004

Oggetto: Trasferimento della posizione individuale in assenza di previsione statutaria (art.10-comma 3-bis del d. lgs. n.l24/1993)

(lettera inviata ad un fondo pensione preesistente )

Con nota del …, codesto Fondo ha chiesto se, in assenza di specifiche disposizioni statutarie volte a disciplinare l’istituto del trasferimento della posizione ex art. 10, comma 3-bis del d. lgs. n.124/1993, possano/debbano essere accolte le relative istanze di trasferimento presentate dagli iscritti.

[… omissis…]

In merito, si richiama l’attenzione sul contenuto degli Orientamenti sulla disciplina dei trasferimenti, riscatti e anticipazioni per i fondi preesistenti (approvati dalla Commissione il 26 gennaio 2001), nei quali la Commissione ha precisato che le disposizioni contenute nell’art.10 esprimono principi fondamentali dell’ordinamento di settore volti a prefigurare la necessaria regolamentazione delle ipotesi in esame.

Nel citato documento viene evidenziato il rilievo che assumono le valutazioni dei competenti organi dei fondi sulle modalità attraverso le quali dare attuazione ai principi espressi dall’art.10, precisando come margini di autonomia più ampi possano ricondursi in capo a fondi che presentano elementi di carattere tipicamente solidaristici, rispetto a fondi organizzati secondo modelli analoghi a quelli di nuova istituzione.

Ciò premesso, avuto anche riguardo alle caratteristiche strutturali di codesto fondo (in regime di contribuzione definita a capitalizzazione individuale), non sembrano ravvisarsi ragioni in base alle quali non dare attuazione alla citata disposizione, anche nelle more di un espresso adeguamento in tal senso dello statuto.

Pertanto, nel richiamare l’esigenza che la previsione in argomento formi quanto prima oggetto di espresso richiamo nello statuto, si ritiene che anche nelle more del predetto adeguamento sia comunque in linea con la vigente normativa dar corso alle domande di trasferimento già presentate. [… omissis…]

Il Presidente