Dicembre 2016

Oggetto: Quesito in materia di riscatto parziale della posizione individuale per mobilità

(lettera inviata a un’associazione di categoria)

Si fa riferimento alla nota del … con la quale codesta Associazione ha posto un quesito in tema di riscatto parziale della posizione individuale per mobilità ex art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005.

In particolare, con la predetta nota è stato chiesto di conoscere se la fruizione della “Nuova prestazione di Assicurazione sociale per l’Impiego” (c.d. NASpI), istituita dall’art. 1 del d.lgs. n. 22 del 2015 (Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati), possa essere ricondotta tra le causali previste dall’art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005 alla stregua dell’indennità di mobilità di cui è prevista l’abrogazione a far tempo dal 1° gennaio 2017.

Al riguardo, è opportuno innanzitutto evidenziare che l’art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005 consente il riscatto parziale della posizione individuale maturata in caso, tra l’altro, di “ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità”.

In base alla normativa di settore è quindi la” procedura di mobilità” a rappresentare uno degli eventi al cui verificarsi è possibile per l’iscritto avanzare richiesta di riscatto parziale della posizione e non già la percezione della relativa indennità di mobilità, come invece rappresentato nella richiesta di parere.

Quanto all’indennità di mobilità, disciplinata dall’art. 7 della legge n. 223 del 1991, la stessa non sarà più in vigore dal 1° gennaio 2017, essendo stata abrogata dall’art. 2, comma 71, lett. b) della legge n. 92 del 2012.

I lavoratori oggetto della procedura di mobilità potranno pertanto beneficiare dal 2017 della prestazione NASpI, laddove presentino tutti i requisiti fissati dall’art. 3 del d.lgs. n. 22 del 2015.

La NASpI è l’indennità mensile di disoccupazione che è stata istituita dall’art. 1 del citato d.lgs. n. 22 del 2015, a decorrere dal 1° maggio 2015, e che ha la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione.

Ciò precisato, si osserva che le modifiche legislative relative agli ammortizzatori sociali hanno prettamente riguardato la prestazione assistenziale collegata alla procedura di mobilità e non già la procedura stessa. Infatti, mentre l’istituito dell’indennità di mobilità è stato abrogato e sostituito dal citato nuovo ammortizzatore sociale NASpI, la procedura di mobilità, prevista dall’art. 4 della legge n. 223 del 1991, rubricato “Procedura per la dichiarazione di mobilità”, è tutt’ora vigente.

Per quanto qui interessa, si rileva che la rubrica del citato art. 4 “Procedura per la dichiarazione di mobilità”, è rimasta immutata, così come il titolo “Norme in materia di mobilità” del capo II della legge, in cui è inserito lo stesso art. 4. Un altro riferimento alle procedure di mobilità è da rinvenirsi nella rubrica dell’art. 17 “Reintegrazione dei lavoratori e procedure di mobilità” della medesima legge.

L’istituto della “procedura di mobilità” è quindi ancora presente nel nostro ordinamento e trova la sua specifica disciplina nell’art. 4 della legge n. 223 del 1991.

Alcune modifiche sono state nel tempo apportate alla citata normativa, come quella recata dalla legge n. 90 del 2012 (art. 2, comma 72, lettere da a) ad e), che ha sostituito nell’ambito dello stesso art. 4 le parole “procedura di mobilità” con “procedura di licenziamento collettivo” e in generale la parola “mobilità” con la parola “licenziamento”. L’istituto è comunque rimasto sostanzialmente il medesimo anche dopo le modifiche recate nel 2012, posto che la procedura di mobilità altro non è che un licenziamento a carattere collettivo.

Alla luce delle considerazioni che precedono, si ritiene che la procedura di mobilità indicata dall’art. 14, comma 2, lett. b), del d.lgs. n. 252 del 2005 sia quella prevista dall’art. 4 della legge n. 223 del 1991, consistente in un licenziamento collettivo realizzato in presenza di determinati presupposti.

Si reputa quindi che i lavoratori sottoposti alla procedura di cui al citato art. 4 della legge n. 223 del 1991 possano di per sé esercitare la facoltà di riscatto prevista dall’art. 14, comma 2, lett. b), del d.lgs. n. 252 del 2005, essendo irrilevante che gli stessi beneficino o meno della prestazione NASpI, la cui erogazione è subordinata alla presenza di ulteriori e specifici requisiti.

Più in generale, si osserva che la fruizione della NASpI non può ritenersi ricompresa tra le causali che danno titolo al riscatto parziale della posizione di previdenza complementare ai sensi della sopra citata previsione del d.lgs. n. 252 del 2005.

Il Presidente

Febbraio 2016

Oggetto: Quesito sulla applicabilità dell’art. 11, commi 2 o 4, del decreto legislativo n. 252 del 2005 nei casi di adesione a piani di accompagnamento alla prestazione pensionistica a seguito della cessazione del rapporto di lavoro ex legge n. 92 del 2012

(lettera inviata a un fondo pensione preesistente)

Si fa riferimento alla lettera del …, con la quale sono stati chiesti chiarimenti in tema di prestazioni pensionistiche erogabili ai lavoratori che aderiscono a piani di accompagnamento alla pensione ex art. 4 della legge n. 92 del 2012 (c.d. esodo incentivato).

In particolare, con la nota citata codesto Fondo intende conoscere se a detti soggetti possa essere erogata la prestazione pensionistica ai sensi dell’art. 11, comma 2, del decreto legislativo n. 252 del 2005 oppure se sia consentita l’anticipazione della prestazione pensionistica ex art. 11, comma 4, del medesimo decreto.

Come già rilevato in altra risposta a quesito dell’ottobre 2013, relativa peraltro alla diversa ipotesi del riscatto parziale ex art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005, occorre preliminarmente avere presente che il citato art. 4 della legge n. 92 del 2012 prevede la possibilità, nei casi di eccedenza di personale, di stipulare accordi tra i datori di lavoro che impieghino mediamente più di 15 dipendenti e le organizzazioni sindacali dei lavoratori maggiormente rappresentative a livello aziendale, al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori più prossimi al trattamento di pensione.

Con gli accordi di esodo, il datore di lavoro si impegna a corrispondere all’INPS la provvista finanziaria per l’erogazione ai lavoratori di una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.

I lavoratori che possono essere interessati dai Piani di esodo sono quelli che raggiungono i requisiti minimi per il pensionamento, di vecchiaia o anticipato, nei 4 anni successivi alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Ciò premesso, si esprime l’avviso che i lavoratori posti nella condizione di cui all’art. 4 della legge n. 92 del 2012 non abbiano titolo, nel periodo di permanenza di detta situazione, per chiedere l’erogazione del trattamento pensionistico di previdenza complementare, sia che si tratti di quello ordinario, di cui all’art. 11, comma 2, sia che si tratti della prestazione pensionistica anticipata, contemplata dal successivo comma 4 del medesimo art. 11 del d.lgs. n. 252 del 2005.

Sotto il primo profilo, si osserva che coloro che aderiscono ai Piani di esodo non hanno ancora maturato, come prevede l’art. 11, comma 2, i requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza, che, invece, verranno acquisiti solo successivamente.

Inoltre, non ricorrono neanche i presupposti per conseguire la prestazione pensionistica anticipata, ai sensi del comma 4 del predetto art. 11, che prevede la possibilità di conseguire la prestazione di previdenza complementare con un anticipo massimo di cinque anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi.

Infatti, considerato che i lavoratori che possono essere interessati dai Piani di esodo in parola sono solo quelli che raggiungono i requisiti minimi per il pensionamento nei quattro anni successivi alla data di cessazione del rapporto di lavoro, nel caso dell’esodo incentivato  l’inoccupazione può essere al massimo quadriennale, ossia ha una durata inferiore al periodo di inoccupazione previsto dal vigente art. 11, comma 4, al fine di poter usufruire dell’anticipazione della prestazione pensionistica.

In conclusione, nella fattispecie considerata l’aderente può sicuramente esercitare il riscatto parziale ai sensi dell’art. 14, comma 2, lett. b) o anche quello integrale di cui all’art. 14, comma 5, penalizzato fiscalmente, mentre per fruire della prestazione pensionistica dovrà, sulla base della normativa attuale, attendere la maturazione dei requisiti di accesso alla pensione nel regime obbligatorio di base.

* * *

Per completezza, si informa che nell’ambito dei lavori parlamentari in corso riguardanti il disegno di legge relativo alla “legge annuale per il mercato e la concorrenza” è stata prevista l’introduzione di una norma volta a modificare l’art. 11, comma 4, del d.lgs. n. 252 del 2005, che, una volta entrata in vigore, renderà rilevanti ai fini del conseguimento della prestazione pensionistica anticipata i periodi di inoccupazione superiori a ventiquattro mesi.

Il Presidente f.f.

Luglio 2015

Oggetto: Quesito relativo al riscatto parziale per cessazione dell’attività lavorativa e conseguente inoccupazione

(lettera inviata a un fondo pensione preesistente)

Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesto Fondo ha chiesto chiarimenti circa la corretta applicazione della normativa di cui all’art. 14, comma 2, lett. b) del decreto legislativo n. 252 del 2005, relativa al riscatto parziale per cessazione dell’attività lavorativa e conseguente inoccupazione.

Il quesito verte, in particolare, sulla documentazione da acquisire al fine di verificare la sussistenza delle condizioni per l’accesso al riscatto parziale, in presenza di una richiesta formulata da un iscritto che ha cessato il suo rapporto di lavoro in Italia e si è trasferito all’estero.

Preliminarmente si ritiene utile richiamare quanto già espresso dalla Commissione, nell’agosto 2008, in risposta ad un altro quesito. In tale occasione è stato in primo luogo osservato che, ai fini dell’art. 14 comma 2, lett. b), e c), del decreto n. 252 del 2005, assume rilievo la sussistenza dello status di “disoccupato”. Essenziale, ai fini del riconoscimento di detto status è che il soggetto risulti iscritto nelle liste dei disoccupati presso un Centro per l’Impiego.

Dal momento che  risulta demandata ai Centri per l’Impiego la funzione di accertamento dello stato di disoccupazione, nonché il riconoscimento dei casi di sospensione o di perdita dello stesso, è da ritenersi congrua l’acquisizione, nel caso di specie, di un certificato del Centro per l’impiego recante indicazione della data di iscrizione alle liste di disoccupazione e della permanenza del relativo status, unitamente ad idonea documentazione dalla quale risulti la data di cessazione del rapporto di lavoro (es. dimissioni).

Considerate le molteplici condizioni che possono dar luogo all’iscrizione, alla sospensione o alla cancellazione dalle liste di disoccupazione nonchè al proseguimento della percezione dei benefici collegati a questa condizione anche se residenti all’estero, si ritiene opportuno che il Fondo faccia affidamento sulle risultanze delle attestazioni rilasciate da detti Uffici, senza sostituirsi agli stessi mediante indagini e valutazioni autonome.

Il Presidente f.f.

Marzo 2015

Oggetto: Quesito in materia di prescrizione dei diritti di riscatto, trasferimento e mantenimento della posizione individuale per perdita dei requisiti di partecipazione

(lettera inviata a un fondo pensione preesistente a contribuzione definita)

Con lettera del … codesto Fondo ha posto un quesito relativo alla prescrittibilità dei diritti di riscatto, trasferimento o mantenimento della posizione individuale a seguito della perdita dei requisiti di partecipazione al Fondo.

In particolare, è stato chiesto se il mancato esercizio del diritto di riscatto, trasferimento o mantenimento della posizione presso il Fondo, nel termine di cinque anni, o in alternativa di dieci anni, dalla data di perdita dei succitati requisiti, determini il maturare della prescrizione estintiva quinquennale (ex 2947 c.c.) o la prescrizione decennale (ex art. 2946 c.c.).

Nel porre il quesito, codesto Fondo muove da una fattispecie concreta, riguardante una richiesta di informazioni relativa all’ammontare della posizione individuale presentata al Fondo da parte di un aderente nel febbraio 2014, dopo più di dieci anni dal verificarsi della situazione di perdita dei requisiti di partecipazione (avvenuta nel 2003).

Come rappresentato nella sopra citata nota, l’aderente durante detto periodo non ha mai esercitato espressamente alcuna facoltà, sicché il Fondo, nel 2008, dopo cinque anni di inerzia da parte del titolare della posizione decorrenti dal verificarsi della situazione di perdita dei requisiti, ha provveduto a cancellare l’iscrizione e a incamerare l’ammontare maturato.

Al riguardo, si osserva preliminarmente che nell’ambito della previdenza complementare non vi sono norme speciali in tema di prescrizione. Trovano pertanto applicazione i principi di carattere generale dettati dal codice civile.

In particolare occorre considerare che, a norma dell’art. 2934 c.c. e seguenti del codice civile la “prescrizione” di un diritto è determinata dall’inerzia del titolare, il quale si astiene dal far valere il proprio diritto per il tempo determinato dalla legge. Il termine di prescrizione comincia a decorrere dal momento in cui il diritto può essere esercitato ed ha la durata ordinaria di dieci anni, ma per particolari rapporti la normativa codicistica stabilisce “prescrizioni brevi” aventi durata inferiore.

La giurisprudenza che si è occupata della questione della prescrizione dei diritti pensionistici nascenti dalla partecipazione alla previdenza complementare si è pronunciata, nello specifico, sul profilo inerente alla prescrizione delle prestazioni pensionistiche erogate sotto forma di rendita periodica. In ordine a tali prestazioni, la giurisprudenza ha fatto leva sulla dimensione privatistica e volontaria dell’iscrizione al fondo per ritenere applicabile ai ratei pensionistici di previdenza complementare la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 n. 4 c.c., trattandosi di prestazioni da pagarsi periodicamente nell’ambito di un rapporto di origine contrattuale.

Non risultano invece pronunce relative alla prescrizione delle altre prestazioni erogate in unica soluzione.

Il principio della prescrizione quinquennale espresso dalla giurisprudenza per l’ipotesi della rendita pensionistica non sembra, tuttavia, poter riguardare il diverso caso in cui l’iscritto perda i requisiti di partecipazione al fondo prima del pensionamento. In tale eventualità, infatti, non sussistono singoli ratei pensionistici da liquidare, in quanto la perdita dei requisiti di partecipazione prima del pensionamento, ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. n. 252 del 2005 – e prima ancora ai sensi dell’art. 10 del d.lgs. n. 124 del 1993 –, dà luogo alla possibilità di esercitare le diverse opzioni previste dall’ordinamento, consistenti nel riscatto o nel trasferimento della posizione.

In questo caso non troverebbe quindi applicazione la prescrizione breve quinquennale ma quella ordinaria decennale (ex art. 2946 c.c.), mentre non può essere in alcun modo invocata l’applicazione dell’art. 2947 c.c., avente riguardo alla diversa ipotesi della prescrizione del risarcimento del danno derivante da fatto illecito, che qui non rileva.

Inoltre, poiché la partecipazione al fondo pensione comporta l’adesione alle disposizioni contrattuali che ne regolano il funzionamento, si ritiene che la disciplina dei diritti e degli obblighi debba essere individuata avendo in primo luogo presente la regolamentazione pattizia del rapporto, nell’ambito della quale per le forme negoziali assumono rilievo le disposizioni che ciascun fondo adotta sulla base dello Schema di Statuto predisposto dalla COVIP e approvato con Deliberazione della Commissione del 31 ottobre 2006.

Sul punto si ha presente che, in base alle previsioni di cui all’art. 12 del citato Schema di Statuto, l’iscritto che perda i requisiti di partecipazione prima del pensionamento può esercitare, oltre alla facoltà del riscatto e trasferimento della posizione, anche la facoltà di mantenere la posizione individuale presso il fondo.

La scelta di mantenere la posizione presso il fondo non necessita di una manifestazione di volontà in forma espressa, desumendosi, per comportamento concludente, dal mancato esercizio delle opzioni alternative del riscatto o del trasferimento della posizione ad altra forma di previdenza complementare.

Sotto tale profilo la Commissione ha avuto modo di esprimersi chiaramente nelle Direttive generali alle forme pensionistiche complementari, approvate il 28 giugno 2006, nelle quali si è rilevato che “in difetto dell’esercizio dell’opzione [di trasferimento o riscatto] da parte dell’iscritto dovrà trovare automatica applicazione la regola del mantenimento della posizione presso la forma pensionistica”.

In conformità a tale affermazione la Commissione si è successivamente pronunciata in una risposta a quesito inviata a un fondo pensione preesistente nel marzo 2011, avente ad oggetto il termine per esercitare il riscatto per perdita dei requisiti dei partecipazione. In tal caso, considerato che le previsioni statutarie della forma pensionistica erano conformi allo Schema di Statuto e in linea con le citate Direttive, la Commissione ha ritenuto che la facoltà di riscattare la posizione permanga in capo all’aderente finché perduri la situazione legittimante l’esercizio della stessa, vale a dire la perdita dei requisiti di partecipazione al fondo pensione.

Per quanto riguarda nello specifico la disciplina adottata da codesto Fondo, si rileva che lo Statuto è stato adeguato allo Schema predisposto dalla COVIP nell’agosto del 2009, successivamente all’incameramento della posizione dell’aderente avvenuto nel 2008.

In base a quanto rappresentato si ritiene che l’incameramento della posizione effettuato da codesto Fondo dopo cinque anni, nel presupposto che il diritto si fosse estinto per prescrizione, non sia conforme alle previsioni di legge in tema di prescrizione ordinaria decennale.

Inoltre, poiché nell’agosto 2009 codesto Fondo ha inserito nel proprio Statuto la previsione del mantenimento della posizione, a decorrere dalla stessa data non avrebbe potuto ritenere prescritti i diritti dell’aderente neanche dopo dieci anni di inerzia, atteso che dal 2009 nel rapporto di partecipazione al Fondo vige la regola del mantenimento automatico della posizione, qualora non vengano esercitate le opzioni alternative del trasferimento o del riscatto della posizione.

Il Presidente f.f.

Settembre 2014

Oggetto: Quesito in materia di riscatto parziale in caso di lavoratori con contratti di solidarietà

(lettera inviata a una società istitutrice di fondi pensione aperti e di piani individuali pensionistici)

Si fa riferimento alla nota del … con la quale codesta Società ha posto un quesito in tema di riscatto della posizione individuale di previdenza complementare. La richiesta di chiarimenti riguarda, in particolare, la situazione di alcuni aderenti ai quali è stato ridotto l’orario di lavoro, nella misura del 90%, per effetto di un contratto di solidarietà.

Sono definiti “contratti di solidarietà” gli accordi collettivi previsti dagli articoli 1 e 2 del decreto-legge  30 ottobre 1984, n. 726, stipulati con i sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale, aventi ad oggetto la diminuzione dell’orario di lavoro finalizzata a mantenere l’occupazione in caso di crisi aziendale ed evitare così la riduzione del personale (c.d. contratti di solidarietà “difensivi”) ovvero a favorire nuove assunzioni (contratti di solidarietà esterna o “espansivi”).

Nello specifico, viene chiesto se gli iscritti interessati dai contratti di solidarietà possano esercitare il riscatto parziale della posizione individuale ex art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005.

Com’è noto, in base a detto articolo l’iscritto può esercitare il riscatto parziale, nella misura del 50 per cento della posizione individuale maturata, nei casi di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo compreso tra dodici e quarantotto mesi, ovvero in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità, cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria.

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L’ipotesi del collocamento in solidarietà non è quindi espressamente contemplata dalla norma tra le causali che danno titolo al riscatto parziale della posizione. Occorre, tuttavia, valutare se la fattispecie in esame possa essere ricondotta per analogia a quelle menzionate nell’art. 14, comma 2, lett. b).

In proposito giova richiamare le indicazioni già fornite dalla COVIP in merito a detta previsione normativa.

Negli “Orientamenti interpretativi in merito all’articolo 14, comma 2, lettera b) del decreto legislativo n. 252/2005 – Riscatto della posizione in caso di cassa integrazione guadagni”, adottati con deliberazione del 28 novembre 2008 in ordine alle fattispecie di riscatto per cassa integrazione guadagni, la Commissione ha preliminarmente rilevato che fattore comune a tutte le ipotesi contemplate nel citato art. 14, comma 2, lett. b) sia il verificarsi della cessazione del rapporto di lavoro.

Il riscatto è stato, quindi, considerato ammissibile ogniqualvolta intervenga per l’aderente al fondo pensione la cessazione del rapporto di lavoro e questa sia preceduta dall’assoggettamento del lavoratore a una procedura di cassa integrazione guadagni, ordinaria o straordinaria, indipendentemente dalla durata della stessa (al pari di quanto avviene in caso di mobilità).

In relazione alla ratio della norma, la Commissione ha, inoltre, ritenuto consentito il riscatto per la causale cassa integrazione guadagni anche nel caso in cui, pur non intervenendo la cessazione del rapporto di lavoro, si determini per effetto della stessa CIG una perdurante situazione di sospensione totale dell’attività lavorativa.

Secondo i predetti Orientamenti, per legittimare il diritto al riscatto della posizione la sospensione totale dell’attività lavorativa deve comunque perdurare per un arco di tempo significativo che, in analogia con le altre causali, è stato identificato in un periodo non inferiore a 12 mesi, affinché detta situazione possa risultare commisurabile alle altre fattispecie contemplate dalla norma.

Con risposta a quesito dell’ottobre 2013 è stato, poi, ritenuto ammissibile l’applicazione del citato art. 14, comma 2, lett. b) anche alle ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro ex art. 4 della legge n. 92 del 2012 (c.d. esodo incentivato), in ragione delle analogie esistenti con le fattispecie di mobilità, considerato che entrambe le fattispecie comportano la cessazione del rapporto di lavoro e l’erogazione di una prestazione a sostegno del reddito.

Ciò premesso, si osserva che l’ipotesi prospettata da codesta Società non appare assimilabile né alle situazioni di cassa integrazione guadagni indicate nei citati Orientamenti COVIP, né a quella di mobilità, in quanto nei contratti di solidarietà l’attività lavorativa dei dipendenti interessati non è totalmente sospesa, ma perdura, sebbene con riduzione di orario (nel caso rappresentato del 90%).

Non ricorre, quindi, la ratio, sottesa al citato art. 14, comma 2, lett. b), che accomuna le varie fattispecie ivi considerate, individuabile nella tutela dell’iscritto in presenza di particolari situazioni di cessazione del rapporto di lavoro ovvero di totale sospensione dell’attività lavorativa.

Attesa la non assimilabilità della situazione rappresentata a quelle che per disposizione di legge, e in base ai chiarimenti COVIP, danno titolo al riscatto della posizione, si ritiene che gli aderenti destinatari degli accordi di solidarietà non possano esercitare la facoltà di riscatto parziale prevista dall’art. 14, comma 2, lett. b), del d.lgs. n. 252 del 2005.

Il Presidente

Ottobre 2013
Oggetto: Quesito in materia di applicazione dell’art. 14, comma 2 lett. b), del
d.lgs. n. 252 del 2005 ai riscatti della posizione a seguito della cessazione del
rapporto di lavoro ex art. 4 della legge n. 92 del 2012
(lettera inviata a un fondo pensione negoziale)
Ottobre 2013

Oggetto: Quesito in materia di applicazione dell’art. 14, comma 2 lett. b), del
d.lgs. n. 252 del 2005 ai riscatti della posizione a seguito della cessazione del
rapporto di lavoro ex art. 4 della legge n. 92 del 2012

(lettera inviata a un fondo pensione negoziale)

Si fa riferimento alla lettera del …, con la quale codesto Fondo pensione ha posto un quesito in merito alla possibilità di riconoscere la facoltà di riscattare la posizione individuale ai sensi dell’art. 14, comma 2, lett. b), del d.lgs. n. 252 del 2005 anche a quei lavoratori che si trovino nella situazione prevista dall’art. 4 della legge n. 92 del 2012 (c.d. esodo incentivato).

In particolare, il citato art. 4 della legge n. 92 del 2012 prevede la possibilità, nei casi di eccedenza di personale, di stipulare accordi tra i datori di lavoro che impieghino mediamente più di 15 dipendenti e le organizzazioni sindacali dei lavoratori maggiormente rappresentative a livello aziendale, al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori più prossimi al trattamento di pensione.

Con gli accordi di esodo, il datore di lavoro si impegna a corrispondere all’INPS la provvista finanziaria per l’erogazione ai lavoratori di una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.

I lavoratori che possono essere interessati dai Piani di esodo sono quelli che raggiungono i requisiti minimi per il pensionamento, di vecchiaia o anticipato, nei 4 anni successivi alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Al riguardo codesto Fondo fa presente che un accordo della specie è stato sottoscritto dalla società … nel … e chiede alla Commissione di pronunciarsi in merito all’assimilabilità della fattispecie dell’esodo incentivato a quella della mobilità che, ai sensi del citato art. 14, comma 2, lett. b), costituisce titolo per chiedere il riscatto parziale, nella misura del 50 per cento, della posizione individuale.

In proposito si osserva che le due fattispecie dell’esodo incentivato, di cui alla legge n. 92 del 2012, e della mobilità, di cui alla legge n. 223 del 1991, sono entrambe volte a tutelare il lavoratore a fronte dell’esigenza del datore di lavoro di gestire le eccedenze di personale senza ricorrere a licenziamenti collettivi.

Esistono quindi nei due casi forti analogie: oltre ad avere il medesimo presupposto, entrambe le fattispecie comportano la cessazione del rapporto di lavoro e l’erogazione di una prestazione a sostegno del reddito da parte dell’INPS.

Si rileva, poi, che sussistono nell’ordinamento altre fattispecie analoghe alla mobilità e all’esodo incentivato. Vengono in particolare in rilievo le prestazioni erogate dal Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito dei dipendenti del settore del credito (c.d. Fondo esuberi) istituito con DM n. 158 del 2000 che, alla cessazione del rapporto di lavoro dei predetti dipendenti, eroga loro un assegno per un determinato periodo di tempo, allo scopo di sostenerne il reddito prima del pensionamento.

Giova richiamare in proposito l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate che in più di una occasione (Risoluzioni n. 399/E del 2008 e n. 30/E del 2004) ha ritenuto applicabile il regime fiscale previsto per i riscatti della posizione individuale per mobilità a coloro che chiedano il riscatto a seguito dell’accesso al predetto Fondo esuberi.

In ragione delle considerazioni che precedono, può quindi ritenersi che anche gli iscritti ai fondi pensione che si trovino nelle condizioni disciplinate dall’art. 4 della legge n. 92 del 2012 possano esercitare la facoltà di riscatto parziale prevista dall’art. 14, comma 2 lett. b), del d.lgs. n. 252 del 2005.

Il Presidente f.f.

Febbraio 2013

Oggetto: Quesiti in materia di riscatto della posizione ex art. 14, comma 5, del decreto legislativo n. 252 del 2005.

(lettera inviata a una associazione di categoria)

Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesta Associazione ha posto alcuni quesiti sul diritto di riscatto per perdita dei requisiti di partecipazione su base collettiva a un fondo pensione aperto, ex art. 14, comma 5, del d.lgs. n. 252 del 2005.

Nella richiesta di parere, sono richiamati gli “Orientamenti interpretativi in materia di riscatto della posizione individuale ex articolo 14, comma 5, del decreto n. 252/2005”, adottati dalla Commissione il 17 settembre 2009.

In detto documento, come noto, la Commissione ha esaminato il caso di una cessione di ramo d’azienda assistita dalla pattuizione, formalizzata in un apposito accordo collettivo, dell’impegno del nuovo datore di lavoro di continuare, senza interruzioni, la contribuzione alla forma pensionistica collettiva presso la quale i lavoratore ceduti erano già iscritti in forza del rapporto di lavoro con l’azienda cedente.

In tale situazione, secondo la Commissione, non può ritenersi realizzata una situazione di “perdita dei requisiti di partecipazione” e non possono quindi attivarsi le clausole statutarie che, a fronte del venir meno dei requisiti, consentono il riscatto della posizione. In particolare, è stato osservato che per la qualificazione delle situazioni di perdita dei requisiti di partecipazione vanno esaminati non soltanto i profili formali (coincidenza o meno del fondo originario con quello di riferimento della nuova azienda per tutti i suoi lavoratori) ma anche i profili di carattere sostanziale (mantenimento o meno delle condizioni di partecipazione dell’iscritto, anche e soprattutto sotto il profilo dei flussi contributivi, al fondo di originaria appartenenza).

Ciò premesso, codesta Associazione chiede di conoscere se possa ricorrere in concreto la facoltà di riscatto della posizione nelle tre fattispecie di seguito descritte.

La prima ipotesi prospettata riguarda un iscritto su base collettiva a un fondo aperto che, dopo aver perso i requisiti di partecipazione, non abbia esercitato il riscatto della posizione individuale maturata e che, in virtù di un nuovo rapporto di lavoro, rimanga iscritto allo stesso fondo su base collettiva.

Tale situazione presenta, ad avviso della Commissione, una certa analogia con quella esaminata negli Orientamenti sopra citati, nei quali si era rilevato come: “nulla sia cambiato per i soggetti iscritti ad una forma pensionistica collettiva, i quali possono proseguire senza soluzione di continuità la propria partecipazione attiva al Fondo di appartenenza. Ne consegue, pertanto, che gli stessi non hanno titolo di avvalersi delle opzioni statutarie contemplate per le situazioni di “perdita dei requisiti di partecipazione”.

Anche in questo caso il lavoratore torna, sia pure dopo un certo lasso di tempo, a beneficiare di un’adesione collettiva al fondo aperto. Si ritiene, pertanto, che la facoltà di riscatto, non esercitata fino alla nuova assunzione, non possa più essere esercitata qualora l’iscritto torni a partecipare su base collettiva al medesimo fondo aperto. Ciò, a prescindere dal fatto che l’adesione collettiva trovi origine, in funzione del nuovo rapporto di lavoro, nel medesimo accordo collettivo o in un accordo diverso dal precedente.

La predetta linea interpretativa risulta anche coerente con quanto a suo tempo espresso in una risposta a quesito del marzo 2011 inviata a un fondo pensione preesistente, nella quale si è ritenuto che la facoltà di riscattare la posizione ex art. 14, comma 5, del d.lgs. n. 252 del 2005 permane in capo all’aderente finché perdura la situazione legittimante l’esercizio della stessa, vale a dire la perdita dei requisiti di partecipazione al fondo pensione.

Nella seconda fattispecie, rappresentata da codesta Associazione, è ipotizzata la situazione di un iscritto che, persi i requisiti di partecipazione al fondo aperto a carattere collettivo, intraprenda una nuova attività lavorativa che prevede l’adesione collettiva a un fondo aperto diverso da quello originario.

In questo caso può ritenersi realizzata la situazione di perdita dei requisiti di partecipazione al fondo; conseguentemente l’iscritto potrà esercitare la facoltà di riscatto della posizione anche successivamente alla nuova assunzione. Resta peraltro inteso che detta facoltà di riscatto verrà meno in caso di trasferimento della posizione ad altro fondo pensione.

La terza e ultima fattispecie è relativa a un iscritto che, venuti meno i requisiti di partecipazione alla forma collettiva, prosegua la partecipazione su base individuale presso lo stesso fondo pensione aperto al quale aveva a suo tempo aderito su base collettiva.

Si tratta della fattispecie regolata dall’art. 5 dello Schema di regolamento dei fondi aperti in base alla quale “La partecipazione in modo individuale è consentita agli aderenti su base collettiva che perdono i requisiti di partecipazione in tale forma …”.

In proposito si esprime l’avviso che l’adesione debba continuare a essere considerata come collettiva fintanto che l’aderente non inizia a effettuare versamenti contributivi su base individuale al fondo aperto. Conseguentemente nella fase intercorrente tra la perdita dei requisiti di partecipazione e l’effettuazione di contribuzioni individuali, l’iscritto potrà esercitare l’opzione del riscatto ex art. 14, comma 5, del d.lgs. n. 252 del 2005.

Viceversa, si ritiene che, laddove l’aderente inizi ad alimentare la posizione con propri versamenti, lo stesso manifesti la volontà di continuare la partecipazione al fondo a titolo individuale in conformità al riportato art. 5 dello Schema e per ciò stesso non possa più esercitare la facoltà di riscatto per perdita dei requisiti, tipica delle adesioni in forma collettiva.

In altri termini, la facoltà di riscatto della posizione, esercitabile finché perdura la situazione legittimante e cioè la perdita dei requisiti, rimane preclusa a seguito dei successivi versamenti, per effetto dei quali la partecipazione al fondo cambia titolo, diventando da collettiva a individuale.

Il Presidente

Ottobre 2012

Oggetto: Quesito in materia di facoltà esercitabili dall’iscritto.

(lettera inviata a un fondo pensione negoziale)

Con lettera del …, codesto Fondo ha rappresentato la situazione di un iscritto, già in pensione, che ha continuato a prestare attività lavorativa presso una delle aziende associate al Fondo e a versare contributi allo stesso. In ragione dell’avvenuto collocamento del lavoratore in Cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS), codesto Fondo chiede di conoscere quali siano le facoltà dallo stesso esercitabili.

In particolare, rilevato che l’iscritto ha maturato i requisiti per l’esercizio del diritto alla prestazione di previdenza complementare e potrebbe trovarsi nelle condizioni di poter accedere al riscatto per Cassa integrazione nella misura del 50 per cento della posizione maturata (ai sensi dell’art. 14, comma 2 lett. b), del d. lgs. n. 252 del 2005), viene chiesto di precisare se vi sia prevalenza di una tipologia di prestazione rispetto all’altra oppure se l’iscritto abbia facoltà di scegliere a propria discrezione tra le due facoltà (prestazione pensionistica e riscatto parziale della posizione).

Sul punto si osserva preliminarmente che nella normativa di settore non è espressamente specificato il rapporto tra la prestazione pensionistica e le facoltà di riscatto della posizione.

Un’utile indicazione normativa può però trarsi dalla previsione dell’art. 14, comma 2, lett. c), del d. lgs. n. 252 del 2005, secondo cui le facoltà di riscatto totale ivi previste non possono essere esercitate nel quinquennio precedente la maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche complementari. In tal caso sono richiamate le disposizioni dell’art. 11 comma 4, che consentono di percepire le prestazioni pensionistiche complementari con un anticipo massimo di 5 anni rispetto alla maturazione dei requisiti di accesso per le prestazioni nel regime obbligatorio.

La norma contiene due eccezioni rispetto alle disposizioni del decreto legislativo n. 252 del 2005: da un lato inibisce agli iscritti che abbiano titolo a chiedere il ricatto totale della posizione di esercitare la relativa facoltà; dall’altro consente loro di percepire la prestazione pensionistica anche se non abbiano maturato i requisiti per ottenerla.

Ai soggetti vicini al pensionamento e in possesso dei requisiti per esercitare il riscatto integrale della posizione, quindi, il legislatore ha scelto di non riconoscere la relativa facoltà, privilegiando la corresponsione della prestazione pensionistica, la cui erogazione in capitale, ai sensi dell’art. 11, comma 3, del d.lgs. n. 252 del 2005, soggiace a precisi limiti quantitativi.

In linea con la citata previsione, dalla quale si deduce un deciso favor del legislatore per la percezione della prestazione in luogo del riscatto dell’intera posizione, si ritiene che la maturazione di requisiti di accesso alle prestazioni di previdenza complementare da parte dell’aderente precluda allo stesso l’esercizio delle facoltà di riscatto considerate dall’art. 14.

Si rappresenta, comunque, che un’indicazione nel senso dell’interpretazione sopra prospettata era già stata formulata dalla Commissione nelle Direttive generali alle forme pensionistiche complementari (deliberazione del 28 giugno 2006). Nel citato documento si è precisato che il decreto legislativo n. 252 del 2005 prevede, tra l’altro, l’esercizio delle facoltà di riscatto della posizione in caso di perdita dei requisiti di partecipazione alla forma prima della maturazione del diritto all’erogazione del trattamento pensionistico”. In base a detta formulazione, pertanto, l’esercizio delle facoltà di riscatto della posizione individuale è ammesso solo fino al momento della maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche.

Nello Schema di statuto per i fondi pensione negoziali (deliberazione del 31 ottobre 2006) all’art.12, comma 2, è stata utilizzata una diversa formulazione. Infatti, si è previsto che l’aderente che perda i requisiti di partecipazione “prima del pensionamento” possa esercitare le facoltà di riscatto o di trasferimento della posizione, previste dal citato art. 14.

In proposito si reputa che l’espressione utilizzata nello Schema di statuto debba essere interpretata alla luce delle indicazioni contenute nelle Direttive generali, secondo le quali il riscatto può essere esercitato fino al momento della maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni di previdenza complementare.

Il Presidente

Agosto 2012

Oggetto: Quesiti in materia di riscatto per cassa integrazione guadagni e mobilità.

(lettera inviata a un fondo pensione negoziale)

Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesto Fondo ha posto alcuni quesiti in materia di riscatto della posizione individuale.

Con il primo quesito codesto Fondo rappresenta la situazione di alcuni iscritti, già assoggettati alla procedura di cassa integrazione guadagni per i dipendenti delle società del gruppo … in amministrazione straordinaria, che in pendenza della procedura di cassa integrazione guadagni hanno intrapreso nuovi rapporti di lavoro con altre aziende del settore del … e, a seguito della cessazione anche di questi ultimi, abbiano chiesto il rientro nella procedura di cassa integrazione.

Con riferimento a detti lavoratori, viene chiesto se nel computo del termine di 12 mesi di cassa integrazione guadagni che consente di attivare il riscatto parziale della posizione individuale di cui all’art. 14, comma 2 lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005, possano essere fatti valere anche i periodi pregressi di cassa integrazione, non continuativi e antecedenti l’instaurazione dei nuovi rapporti di lavoro.

In proposito si osserva che la necessità del decorso del termine di 12 mesi, prevista dal citato art. 14, comma 2, lett. b) per la sola causale dell’inoccupazione, è stata estesa dalla COVIP, in via interpretativa, alla fattispecie della cassa integrazione guadagni nel documento “Orientamenti interpretativi in merito all’articolo 14, comma 2, lettera b) del decreto legislativo n. 252/2005 sul riscatto della posizione in caso di Cassa integrazione guadagni”, adottati il 28 novembre 2008.

Nel citato documento si è precisato che, in base alla formulazione della norma, possono aversi due distinte ipotesi di riscatto parziale riconducibile alla cassa integrazione. In primo luogo, si è reputato che il riscatto parziale possa essere esercitato qualora intervenga la cessazione del rapporto di lavoro e questa sia stata preceduta dall’assoggettamento del lavoratore interessato a una procedura di cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria, indipendentemente dalla durata della stessa procedura.

In secondo luogo, si è ritenuto ammissibile il riscatto parziale anche laddove, come nella cassa integrazione, non vi sia la cessazione del rapporto di lavoro, purché, per effetto della stessa, si determini una perdurante situazione di sospensione totale dell’attività lavorativa. In analogia con quanto previsto dalla legge per l’ipotesi dell’inoccupazione, la perdurante situazione di inattività è stata individuata dalla Commissione nel decorso di almeno 12 mesi. In ordine a tale facoltà, tuttavia, negli Orientamenti non è stata affrontata la questione della continuità o meno della situazione di inattività per complessivi 12 mesi.

Al riguardo, in linea con la previsione in materia di inoccupazione, si ritiene che il periodo di 12 mesi di cassa integrazione a zero ore debba essere continuativo, non reputandosi ammissibile, ai fini del riscatto di cui alla disposizione, il cumulo di più periodi di cassa integrazione inferiori a un anno.

Considerato che alla cassa integrazione guadagni per i dipendenti delle società del gruppo … in amministrazione straordinaria seguirà, per coloro che ne faranno richiesta, un periodo di tre anni di mobilità, codesto Fondo chiede, altresì, se sia possibile per gli iscritti esercitare il riscatto parziale per mobilità a prescindere dalla durata della stessa.

Sul punto si fa presente che, anche per il riscatto dovuto a mobilità, il citato art. 14, comma 2, lett. b), non prevede alcuna durata, fissando, come sopra detto, il termine (da 12 a 48 mesi) solo per il caso dell’inoccupazione; nessuna precisazione in merito è stata inoltre data dalla Commissione nei citati Orientamenti, nei quali si è trattato solo il caso della cassa integrazione guadagni.

Tenuto conto della formulazione normativa e di quanto precisato nei citati Orientamenti COVIP per il caso di cessazione del rapporto di lavoro preceduta da cassa integrazione, si esprime l’avviso che la sottoposizione alla procedura di mobilità comporti per il lavoratore la facoltà di riscattare la posizione individuale nella misura del 50%, prescindendo dalla durata della stessa.

La terza questione posta riguarda la possibilità, per i lavoratori in mobilità, di chiedere il riscatto totale della posizione per perdita dei requisiti di partecipazione, riconducibile all’art. 14, comma 5, del d.lgs. n. 252 del 2005.

Poiché l’istituto della mobilità presuppone il licenziamento del lavoratore, il quale a sua volta configura un’ipotesi di perdita dei requisiti di partecipazione al fondo pensione, si ritiene che il lavoratore licenziato e posto in mobilità possa legittimamente esercitare la facoltà di riscatto totale della posizione, a norma del citato art. 14, comma 5.

Il lavoratore sottoposto a procedura di mobilità può, quindi, chiedere sia il riscatto parziale ai sensi dell’art. 14, comma 2, lett. b), fiscalmente agevolato, sia il riscatto totale ex art. 14, comma 5, fiscalmente più oneroso.

Il Commissario straordinario

Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesto Fondo ha posto alcuni quesiti in materia di riscatto della posizione individuale.
Con il primo quesito codesto Fondo rappresenta la situazione di alcuni iscritti, già assoggettati alla procedura di cassa integrazione guadagni per i dipendenti delle società del gruppo … in amministrazione straordinaria, che in pendenza della procedura di cassa integrazione guadagni hanno intrapreso nuovi rapporti di lavoro con altre aziende del settore del … e, a seguito della cessazione anche di questi ultimi, abbiano chiesto il rientro nella procedura di cassa integrazione.
Con riferimento a detti lavoratori, viene chiesto se nel computo del termine di 12 mesi di cassa integrazione guadagni che consente di attivare il riscatto parziale della posizione individuale di cui all’art. 14, comma 2 lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005, possano essere fatti valere anche i periodi pregressi di cassa integrazione, non continuativi e antecedenti l’instaurazione dei nuovi rapporti di lavoro.
In proposito si osserva che la necessità del decorso del termine di 12 mesi, prevista dal citato art. 14, comma 2, lett. b) per la sola causale dell’inoccupazione, è stata estesa dalla COVIP, in via interpretativa, alla fattispecie della cassa integrazione guadagni nel documento “Orientamenti interpretativi in merito all’articolo 14, comma 2, lettera b) del decreto legislativo n. 252/2005 sul riscatto della posizione in caso di Cassa integrazione guadagni”, adottati il 28 novembre 2008.
Nel citato documento si è precisato che, in base alla formulazione della norma, possono aversi due distinte ipotesi di riscatto parziale riconducibile alla cassa integrazione. In primo luogo, si è reputato che il riscatto parziale possa essere esercitato qualora intervenga la cessazione del rapporto di lavoro e questa sia stata preceduta dall’assoggettamento del lavoratore interessato a una procedura di cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria, indipendentemente dalla durata della stessa procedura.
In secondo luogo, si è ritenuto ammissibile il riscatto parziale anche laddove, come nella cassa integrazione, non vi sia la cessazione del rapporto di lavoro, purché, per effetto della stessa, si determini una perdurante situazione di sospensione totale dell’attività lavorativa. In analogia con quanto previsto dalla legge per l’ipotesi dell’inoccupazione, la perdurante situazione di inattività è stata individuata dalla Commissione nel decorso di almeno 12 mesi. In ordine a tale facoltà, tuttavia, negli Orientamenti non è stata affrontata la questione della continuità o meno della situazione di inattività per complessivi 12 mesi.
Al riguardo, in linea con la previsione in materia di inoccupazione, si ritiene che il periodo di 12 mesi di cassa integrazione a zero ore debba essere continuativo, non reputandosi ammissibile, ai fini del riscatto di cui alla disposizione, il cumulo di più periodi di cassa integrazione inferiori a un anno.
Considerato che alla cassa integrazione guadagni per i dipendenti delle società del gruppo … in amministrazione straordinaria seguirà, per coloro che ne faranno richiesta, un periodo di tre anni di mobilità, codesto Fondo chiede, altresì, se sia possibile per gli iscritti esercitare il riscatto parziale per mobilità a prescindere dalla durata della stessa.
Sul punto si fa presente che, anche per il riscatto dovuto a mobilità, il citato art. 14, comma 2, lett. b), non prevede alcuna durata, fissando, come sopra detto, il termine (da 12 a 48 mesi) solo per il caso dell’inoccupazione; nessuna precisazione in merito è stata inoltre data dalla Commissione nei citati Orientamenti, nei quali si è trattato solo il caso della cassa integrazione guadagni.
Tenuto conto della formulazione normativa e di quanto precisato nei citati Orientamenti COVIP per il caso di cessazione del rapporto di lavoro preceduta da cassa integrazione, si esprime l’avviso che la sottoposizione alla procedura di mobilità comporti per il lavoratore la facoltà di riscattare la posizione individuale nella misura del 50%, prescindendo dalla durata della stessa.
La terza questione posta riguarda la possibilità, per i lavoratori in mobilità, di chiedere il riscatto totale della posizione per perdita dei requisiti di partecipazione, riconducibile all’art. 14, comma 5, del d.lgs. n. 252 del 2005.
Poiché l’istituto della mobilità presuppone il licenziamento del lavoratore, il quale a sua volta configura un’ipotesi di perdita dei requisiti di partecipazione al fondo pensione, si ritiene che il lavoratore licenziato e posto in mobilità possa legittimamente esercitare la facoltà di riscatto totale della posizione, a norma del citato art. 14, comma 5.
Il lavoratore sottoposto a procedura di mobilità può, quindi, chiedere sia il riscatto parziale ai sensi dell’art. 14, comma 2, lett. b), fiscalmente agevolato, sia il riscatto totale ex art. 14, comma 5, fiscalmente più oneroso.
Il Commissario straordinario

Febbraio 2012

Oggetto: Quesito in materia di riscatto della posizione per invalidità.

(lettera inviata a un fondo pensione preesistente)

Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesto Fondo ha formulato un quesito in merito all’ipotesi di riscatto della posizione individuale per invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo, prevista dall’art. 14, comma 2 lett. c), del d. lgs. n. 252 del 2005.

In particolare, codesto Fondo ha rappresentato il caso di un iscritto che, avendo ottenuto il riconoscimento da parte dell’INPS dell’invalidità permanente con riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo, ha chiesto il riscatto totale della posizione ai sensi del citato articolo, pur non avendo cessato l’attività lavorativa e, contestualmente, ha presentato istanza di nuova iscrizione allo stesso Fondo.

Sul punto si esprime l’avviso che il riscatto spetti ogni qualvolta si verifichi una situazione di minorazione fisica o mentale tale da ridurre la capacità di lavoro a meno di un terzo, a prescindere dal fatto che il soggetto cessi o meno dallo svolgimento dell’attività lavorativa.

A tale conclusione si perviene sia tenendo conto della formulazione letterale della norma, che colloca l’ipotesi dell’invalidità prima di quella di cessazione dell’attività lavorativa con conseguente inoccupazione per più di 48 mesi, sia tenendo conto della gravità dell’ipotesi stessa, tale da giustificare di per sé il ricorso al riscatto integrale della posizione individuale.

È, inoltre, utile sottolineare che le facoltà di riscatto contemplate dall’art. 14, comma 2, del d. lgs. n. 252 del 2005, possono essere esercitate solo qualora gli eventi ivi previsti (inoccupazione, mobilità, cassa integrazione guadagni e invalidità permanente) si verifichino in data successiva a quella dell’iscrizione al fondo pensione e, cioè, siano sopravvenuti rispetto all’adesione.

Oltre al dato testuale, soccorrono in favore della tesi prospettata alcune considerazioni di ordine sistematico relative alla ratio sottostante all’istituto del riscatto della posizione individuale.

Si ha infatti presente che le fattispecie di riscatto costituiscono eventi eccezionali legati al sopraggiungere di alcune situazioni di bisogno, per fronteggiare le quali il legislatore consente all’aderente di uscire anticipatamente dal fondo pensione, in modo da poter usufruire della posizione accumulata. Per realizzare appieno tale finalità, appare però necessario che gli eventi che legittimano l’uscita anticipata, ivi compresa l’invalidità permanente, non si siano ancora verificati al momento dell’adesione, ma sopraggiungano durante il rapporto di partecipazione.

Va poi ricordata la previsione dell’ultimo periodo dell’art. 14, comma 2, lett. c), in base alla quale le facoltà di riscatto previste nella stessa lettera c) non possono essere esercitate nel quinquennio precedente la maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche.

Qualora l’iscritto si trovi nella fattispecie sopra descritta dovranno, quindi, applicarsi le previsioni dell’art. 11, comma 4, dello stesso d. lgs. n. 252 del 2005, secondo le quali, in luogo del riscatto, potrà essere conseguito l’accesso alle prestazioni pensionistiche complementari, sia in capitale sia in rendita, con un anticipo massimo di cinque anni rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di base.

In ultimo, in relazione alla domanda di nuova iscrizione che codesto Fondo comunica di aver ricevuto unitamente alla richiesta di riscatto, si reputa utile precisare che, nel caso in cui l’aderente in questione sia un c.d. “vecchio iscritto” (cioè iscritto entro il 28 aprile 1993 a una forma pensionistica complementare istituita alla data del 15 novembre 1992), a seguito della successiva iscrizione dovrà essere trattato come “nuovo iscritto”.

Il riscatto comporta, infatti, l’uscita dal sistema di previdenza complementare sicché, in caso di successiva adesione, anche allo stesso fondo pensione, il rapporto partecipativo comincia nuovamente a decorrere dalla data di ultima iscrizione, con particolare effetto sulle prerogative degli iscritti legate all’anzianità di iscrizione.

Il Presidente

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